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La storiaLe ville |
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Le villeVilla Volta di Lentate |
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In età rinascimentale entra in declino la costruzione di castelli e di dimore fortificate, che aveva contraddistinto per motivi difensivi e strategici l'epoca medioevale. La nobiltà lombarda predilige ora la villa di campagna, collegata a rustici di servizio o direttamente inserita in complessi quadrangolari con gli edifici disposti attorno ad una corte interna. Di dimensioni ancora ridotte nel XVI secolo, queste residenze extraurbane si ampliano invece nel Seicento, inserendo le loro imponenti strutture nel circostante ambiente naturale. A questa tipologia appartiene Villa Volata (o Villa Cenacolo) di Lentate, risalente alla fine del Cinquecento e progettata, pare, dall'architetto Pellegrino Tibaldi, attivo a Milano, Roma e Madrid.
Numerosi passaggi di proprietà costellano la storia della Villa, divenuta infine - dal 1990 - sede di una casa di riposo per anziani. Nel XVIII secolo essa fu lasciata in eredità dal Cardinale Francesco Stoppani, legato pontificio per la Romagna, al nipote Antonio Schinchinelli, conte di Casalbuttano. Intorno al 1820 fu acquistata dall'industriale Grato Zanella; quindi passò a Giuseppe Volta, figlio del grande fisico comasco Alessandro Volta, per divenire nel 1885 proprietà della famiglia Isacco. Venne poi ereditata dai Ginamni de' Licini e, ai primi del Novecento, dai conti Sannazzaro. Dal 1929 al 1990 ospitò le Suore di Nostro Signore del Cenacolo di Milano. Affacciandosi su una strada abitata, nei pressi della Chiesa parrocchiale, l'edificio ha, a prima vista, la fisionomia e l'assetto planimetrico del palazzo, più che della villa. Al di là del cancello d'ingresso, il cortile d'onore è fiancheggiato da due ali laterali, fatte costruire nel XVIII secolo dal conte Schinchinelli e successivamente rialzate di un piano, dalle quali si accede a due cortili minori. In profonde nicchie, agli angoli opposti, sono collocate delle statue, mentre la facciata principale è scandita da un portico con doppie colonne, chiuso da vetrate. Gli stemmi araldici raffigurano un'aquila imperiale che sovrasta tre cime di monti. Nell'Ottocento la scuderia, confinante con la casa parrocchiale, divenne caserma austriaca. Scomparsi l'Oratorio annesso alla Villa e la Cappella privata del Cardinale Stoppani, gli ultimi interventi risalgono al 1903, anno in cui la facciata verso il parco fu parzialmente rifatta e allungata alle estremità. All'interno alcuni ambienti mantengono tuttora l'aspetto originario, nonostante i danni subiti ad opera degli agenti atmosferici prima del rifacimento del tetto. Pregevoli affreschi, rappresentanti figure angeliche, putti e cieli turchini, attribuiti alla Scuola del Tiepolo, rendono aerei e luminosi i locali, che a pianterreno si affacciano sul suggestivo scenario del parco.
Qui notiamo come gli elementi propri dei razionali e geometrici giardini "all'italiana", imperanti nel Rinascimento, cedano il posto al cosiddetto parco paesistico "all'inglese", che, pur essendo a sua volta accuratamente progettato e "costruito", doveva suggerire l'idea di una natura libera e spontanea, più vicina alla sensibilità del tardo Settecento e, in particolare, del Romanticismo. Nell'Ottocento, infatti, al di là dello scalone scenografico del lato est, ora ricoperto da vegetazione, si estendevano, con netto dislivello rispetto alla Villa e con un'ulteriore pendenza, in parte naturale, in parte appositamente voluta per conferire maggior movimento all'insieme, una grotta, un lago dalle rive frastagliate contornate di "rocaille" - del quale è ancora visibile l'invaso - e una scala sinuosa mimetizzata tra le piante, che celavano il più possibile la loro origine "artificiale". Seguiva il perimetro del parco un sentiero esterno, mentre quinte arboree delimitavano spazi prativi interni.
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Le villeVilla Raimondi di Birago |
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Rilevante è il ruolo avuto nelle vicende storiche di Birago dai proprietari della Villa Raimondi, che dal margine orientale delle Groane domina in lontananza con la sua imponente facciata la Comasina. Le sue origini risalgono ai primi decenni del XVII secolo, epoca di massima fioritura delle dimore gentilizie extraurbane, che, studiate per potersi armonizzare nel paesaggio circostante, divengono meta di ritrovi campestri e di battute di caccia, principali svaghi dell'aristocrazia lombarda.
Fu la famiglia Casnedi - una delle più antiche del luogo, dopo quella dei Biraghi - ad affidare nel 1630 il progetto della Villa all'architetto Pier Francesco Cantoni. Proseguendo la loro ascesa, nel 1648 i marchesi Casnedi entrarono in possesso del feudo di Birago, ottenendolo in cambio di Ceriano dai Carcassola. Estintasi la famiglia Casnedi, la Villa fu venduta nel 1794 al marchese Raffaele Raimondi di Como, che alla sua morte, nel 1803, la lasciò al figlio Giorgio. Nell'Ottocento le vicissitudini di Villa Raimondi si intrecciarono da vicino con gli eventi del Risorgimento italiano. Politicamente aperti alle istanze liberali, i Raimondi non nascosero le loro simpatie per i patrioti e gli intellettuali lombardi che si battevano contro la dominazione straniera. Insospettiti da questo atteggiamento e desiderosi di procurarsi un buon presidio nella zona, le truppe austriache del maresciallo Giulay, fallita l'insurrezione delle Cinque Giornate di Milano, occuparono la Villa nel 1848, restandovi per sette anni e costringendo i legittimi proprietari a riparare nel Canton Ticino. I soldati austriaci non si mostrarono per nulla sensibili alle bellezze di Villa Raimondi: ridussero il giardino ad ortaglie, asportarono statue e fontane, distrussero il sistema di giochi d'acqua, vendendo perfino le tubazioni. Tornati a Birago nel 1859, dopo la seconda Guerra d'Indipendenza, i Raimondi cercarono di riparare ai danni subiti dal complesso, senza però riuscire a ripristinare i giochi d'acqua, che nel passato avevano allietato (e spesso colto di sorpresa!) i loro ospiti. Amico di Giuseppe Garibaldi, il marchese Raimondi lo ospitò presso di sé a Birago, acconsentendo nel 1860 al matrimonio tra l' "eroe dei due mondi" e la propria figlia Giuseppina. Non si trattò d'un romanzo a lieto fine: una lettera, recapitata inaspettatamente subito dopo la cerimonia celebrata a Fino Mornasco, e contente, a quanto pare, insinuazioni sulla condotta della giovane, indusse Garibaldi a sciogliere seduta stante il matrimonio. Quando, trascorsi ormai vent'anni, i due otterranno il divorzio per "nozze non consumate", Giuseppina sposerà il patriota Lodovico Mancini, dal quale avrà una figlia. Siamo così giunti nel XX secolo: estintasi la famiglia Mancini, Villa Raimondi fu ripartita tra gli Juvalta e gli Odazio, ai quali subentrarono negli anni '80 i conti Di Carpegna.
Una storia densa di avvenimenti, dunque, degno scenario per una residenza ed un parco di grande bellezza. L'edificio si sviluppa con un corpo a U aperto ad occidente verso le Groane e con ali disposte in corpi paralleli a quello centrale: l'ala sud si richiude ulteriormente a formare una seconda U, aperta però verso il giardino; le facciate sono sobrie, decorate soltanto dalle cornici delle finestre dipinte a colori monocromi; il portico al centro del corpo mediano delimita un ambiente scandito da pilastri quadrati e da crociere affrescate a motivi geometrici; lo scalone barocco parte dal portico sviluppandosi su quattro rampe.

Nel XVII secolo il vasto parco all'italiana, nel versante ovest rivolto verso la Comasina, presentava un impianto estremamente elaborato, con due terrazze digradanti, collegate da una scalinata scenografica, un'ampia esedra (tuttora ben identificabile), un bacino idrico (oggi scomparso), che alimentava fontane e giochi d'acqua, un roccolo e una zona per l'uccellagione. Oggi il giardino, pur con le inevitabili alterazioni subite nel corso dei secoli, mantiene comunque il suo fascino: tra aiuole contornate da "rocaille" e arbusti fioriferi si affacciano numerosi gruppi statuari a soggetto mitologico, che dalla terrazza accompagnano il visitatore lungo l'asse centrale fino al termine della prospettiva. Degni di nota sono anche gli ambienti interni della Villa, soprattutto gli affreschi parietali del cosiddetto salone da ballo - che corrisponde al corpo centrale dell'edificio -, raffiguranti, tra gli altri, Cesare e Cleopatra, e i dipinti geometrici delle volte delle due sale a piano terra a fianco del portico. Questi affreschi di "maniera veneziana", considerati anteriori al 1740, risentono secondo gli studiosi dell'influsso del Tiepolo; le fonti più accreditate ne attribuiscono l'esecuzione, o almeno il disegno, a Mattia Bortoloni, mettendoli a confronto con gli affreschi del Palazzo Dugnani di Milano, quasi certamente opera del Tiepolo. Il Bortoloni (morto a Bergamo nel 1750) operò principalmente a Venezia, Bergamo, Torino e Mondovì (dove affrescò la cupola del Santuario della Madonna di Vicoforte); dalle sue tele di carattere sacro, ma soprattutto dai suoi affreschi, traspare un forte gusto decorativo e una predilezione per la pittura scenografica, che trova in Villa Raimondi la sua attuazione.
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Le villeVilla Immacolata di Copreno |
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Ben visibile dalla Comasina, sorge nel centro di Copreno, con ingresso da via Trieste, Villa Clerici, oggi meglio nota con il nome di Villa Immacolata, in quanto proprietà, dal 1960, delle Suore dell'Immacolata Concezione di Ivrea. Originaria di Como, la famiglia Clerici si trasferì a Milano agli inizi del XVI secolo. Fu Francesco Clerici, Capitano delle Milizie del re di Spagna nel milanese, che, stabilitosi a Copreno intorno al 1650, fece costruire la Villa.
Il suo assetto architettonico, con cortili interni, colonnato, cappella, ha indotto alcuni studiosi a ritenere che essa sia sorta su un preesistente monastero. E a rafforzare questa suggestiva ipotesi viene anche addotta l'etimologia di Copreno - in dialetto "Counvent" o "Counvrent" -, che starebbe appunto a significare "Convento" (a detta d'altri si tratterebbe invece di un nome di derivazione etrusca). Rimasta ai Clerici fino alla metà dell'Ottocento, frequentata perfino da Alessandro Manzoni, la Villa passò poi attraverso vari proprietari, tra cui l'avvocato Riboldi, impresario teatrale di Milano, che vi ospitò il Maestro Arturo Toscanini. Il piccolo giardino all'ingresso, che racchiude una fontana e una statua in marmo bianco, dedicata  alla Madonna dell'Accoglienza, è delimitato sulla sinistra da un sobrio edificio a due piani, di fronte al quale ne è stato innalzato uno più recente, ma in analogo stile. La facciata della Villa che guarda verso il delizioso giardino all'inglese si differenzia dalle altre per la presenza di un terzo piano. Il cortile interno è circondato da un elegante porticato con colonne binate e architravate, attualmente chiuso da ampie vetrate. Nonostante abbia subito nei secoli diversi rimaneggiamenti, la Villa conserva ancora cimeli del suo illustre passato: i mobili pregiati, i camini in pietra ornati di stemmi nobiliari, i preziosi infissi ed il pavimento in legno intarsiato della cosiddetta "Camera della Signora", oggi adibita a Cappella.
Annesso alla Villa è il Santuario di S. Mauro, un tempo unito all'edificio centrale da un ponte. Il culto di S. Mauro fu probabilmente diffuso a Copreno dai monaci dell'Abbazia benedettina di S. Simpliciano a Milano, che, nel XII secolo, avevano tra i loro possedimenti proprio Copreno.
Nel 1668 Francesco Clerici inoltrò al Cardinale di Milano domanda per poter costruire un Oratorio, che fu infatti ultimato nel 1672 e consacrato a S. Mauro. La facciata, slanciata ed essenziale, orizzontalmente bipartita da una cornice sporgente e sormontata da un timpano triangolare, è scandita verticalmente da lesene a semipilastro. L'interno, privo di affreschi, ma impreziosito da una cupola nascosta all'esterno dalla muratura dell'edificio, è a pianta ottagonale.
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Le villeVilla Verri di Lentate |
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Visibile dalla Comasina, si staglia al limitare delle Groane l'elegante silhouette di Villa Mirabello. La Villa - registrata nelle vecchie carte catastali con il nome di Casino Cairati-Mirabello - fu fatta erigere come dimora estiva nel 1756 da Gabriele Verri, magistrato e senatore del Supremo Consiglio d'Italia nella Lombardia asburgica, più conosciuto come padre dell'illuminista Pietro Verri, fondatore, con il fratello Alessandro e con Cesare Beccaria, del periodico milanese "Il Caffè". Grazie all'ospitalità dei Verri, il Mirabello fu frequentato da scrittori e poeti, che amavano la tranquillità del luogo. Lo stesso Giuseppe Parini cercò invano di ottenere dal governo austriaco un beneficio che gli consentisse di vivere senza ristrettezze economiche a Lentate, accanto all'amena residenza degli amici.
Con cascina e filanda annesse, la Villa ha svolto per circa due secoli una funzione economica di rilievo. I Verri, oltre ad ospitarvi amici, si dedicarono infatti a sperimentazioni agrarie, potenziando l'allevamento dei bachi da seta e la coltivazione delle piante di gelso. I successivi proprietari, Pietro Cairati e Cipriano Odazio, industriale della seta, vi impiantarono nella seconda metà dell'Ottocento una filanda, in cui era occupata soprattutto manodopera femminile: le donne, addette alla trattura e alla torcitura di seta per la produzione dell'organzino, spesso provenivano da altre province, in particolare dal cremonese, e dormivano nel pianoterra dello stesso opificio. Gli uomini, invece, provvedevano alla manutenzione dei macchinari e delle caldaie a vapore. Al primo piano della filanda di Mirabello - un edificio a pianta rettangolare, dotato di una ciminiera ricostruita nel 1910 - erano poste le bacinelle per la macerazione dei bozzoli, mentre il pianterreno, dotato di carrelli su rotaia per il trasporto del materiale, era riservato alla essiccazione. La seta prodotta nella filanda veniva generalmente inviata all'estero - a Londra o a Lione - per la fase della tessitura.

Nel 1918 fu installato a Mirabello, pare da Eugenio Villoresi, artefice dell'omonimo canale che all'epoca, stando ad alcune fonti, scorreva nei pressi della filanda di Lentate, un reparto di tessitura, che però funzionò soltanto per un breve periodo. Nel primo dopoguerra ebbe termine anche l'attività di filatura. Ma la solida struttura della filanda si staglia ancor oggi nitida tra il verde di Mirabello.
Quanto alla Villa, essa ha conservato l'originario assetto architettonico sobrio ed elegante. L'impianto volumetrico è semplice e simmetrico; la facciata, attorniata da alti alberi, presenta due marcapiani orizzontali e cornici ornamentali alle finestre; l'unico elemento che si sovrappone a tale linearità è la caratteristica torretta belvedere. Il giardino è invece un impianto tipico del Novecento, con aiuole, arbusti fioriferi, alberi vetusti e percorsi in ghiaia che lo ripartiscono in settori regolari.
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